La scorsa settimana, parlando al telefono con la madre, il mio coinquilino è riuscito a trovare la descrizione più calzante per la città di Pechino tra fine luglio ed agosto: “Sembra di stare nella foresta del Borneo”.

Non mi dilungherò nella descrizione dettagliata dei vari tipi di caldo che la cara Beijing è in grado di offrire nel suo variegato panorama atmosferico, dai picchi di umidità che costringono all’apnea di passeggiate stile Armstrong sulla luna – un piccolo passo per un uomo, un grande passe per l’umanità – fino alla rarità del sole a picco misto a vento bollente, roba che in giro in bicicletta ti si seccano gli occhi; in situazioni simili, l’unica alternativa accettabile sembra essere la piscina.

Non ero mai stato in una piscina cinese all’aperto, ma spesso avevo visto pubblicate sui magazine in lingua inglese distribuiti qui nella capitale – formato molto simile al Cioè, con conseguenti reminescenze pre-pubertà delle compagne delle elementari – le foto agghiaccianti delle piscine estive pechinesi : come le illustrazioni dell’Inferno di Dante, maree umane si contorcevano sguazzando in una presumibile brodaglia calda ma asettica, grazie all’aggiunta di cloro ed alla consistente percentuale di urina che, ricordiamolo, condivide molte proprietà benefiche con la candeggina.

Una di queste riviste patinate per i ggiovani (non è un refuso) trendy occidentali ha pubblicato tempo fa una classifica delle migliori, in senso arbitrario, piscine di Pechino: utilizzando come criterio di selezione le discriminanti di prezzo ed affluenza, eliminando tutte le piscine del centro ed i parchi acquatici provvisti di tutti gli extra superflui, a botta sicura opto per “la piscina all’aperto più economica e con meno gente di tutta la capitale”. Meno. Gente.

 

La piscina merita un marchettone fatto come si deve: si trova oltre la stazione Anheqiao, capolinea nord-ovest della linea 10. Abitando in centro, la distanza, tra metro ed autobus, viene coperta in non meno di un’ora: con le dovute proporzioni, è come se abitando a rione Monti si volesse raggiungere la piscina comunale di Magliana Nuova, ammesso che esista. Sia la piscina che il quartiere.

Scendendo al capolinea e lasciandosi alle spalle il lusso sbrilluccicante della linea 10, affacciandosi nel parcheggio degli autobus antistante si ha subito una forte sensazione di terzo mondo: niente bambini con la pancia gonfia circondati da mosche, chiaramente, ma una serie di vialoni polverosi contronati da nuovi edifici di dubbia qualità. I cinesi dei sobborghi di Pechino si rivelano molto più veraci dei loro concittadini imborghesiti del centro, ostinandosi a fissare quasi sbalorditi questo laowai in infradito che chiede indicazioni per la piscina pubblica. Seguendo le istruzioni, costeggio l’hotel dalla facciata neoclassica in plastica e poliuretano espanso, sorpasso la cancellata verde incrociando madre e figlio per mano: il bambino ha ancora il salvagente intorno alla vita, mentre la madre le redarguisce strattonandolo per il braccio. La signora, nonostante dalla cappa grigia trapelino alcuni raggi di sole – forse per assicurarci che non faremo la fine dei dinosauri, qui a Pechino – impavida non si copre il capo con l’ombrellino d’ordinanza, obbligo morale ed estetico per le cinesi tra l’adolescenza e la maturità. Le vecchie che, altrochè ombrellino, si son fatte la Rivoluzione Culturale, saggiamente se ne fregano.

Il vialetto che conduce all’entrata della piscina è gremito di spiedinari e bancarelle che, assieme al sudore delle decine di avventori, copre egregiamente il classico odore di cloro che una piscina all’aperto, secondo statuto, dovrebbe emanare.

Pago il biglietto, 10 yuan, compro la cuffia di tela per altri 10 yuan – obbligatoria per ragioni igieniche – e mi dirigo verso lo spogliatoio maschile. Le docce e gli armadietti non sono più sporche di molti spogliatoi delle piscine dell’hinterland milanese, dove ho passato molti weekend agli albori della mia (breve) carriera natatoria impreziosita da due operazioni di rimozione verruche dai piedi: l’unica differenza sensibile è la presenza di almeno un centinaio di cinesi nudi o seminudi che, intenti a svolgere varie attività tra l’orinatoio a muro in fondo allo spogliatoio e le docce, simultaneamente si fermano ispezionandomi minuziosamente mentre mi spoglio ed inforco il costume: pantaloncini azzurri a fiori blu della Coin contro il virilissimo costumino nero a mutanda  preferito dalla maggioranza dei bagnanti della Repubblica Popolare.

Perentori, due cartelli in cinese ed inglese – chissà poi perchè, in inglese – davanti all’entrata per le piscine, mi intimano di non avventurarmi oltre senza essermi fatto una doccia e lavato i piedi nell’apposita pozza prima del tornello in metallo: ignorando assolutamente la questione doccia, mi avvicino alla pozza circondata da centinaia di ciabatte di plastica. L’acqua ha il colore e la densità del petrolio, mentre la temperatura sfiorava l’ebollizione: un pediluvio nel malatan, la brodaglia piccante dove cuociono spiedini di vario genere gli “zozzoni” cinesi.

L’impianto balneare comprende tre piscine ed un ampio spazio in mattonelle di cemento bicolori, completamente inutilizzato dalle centinaia di cinesi accorse al rinfresco collettivo: in piscina, il cinese non prevede attività ricreative alternative che esulino dalla permanenza sistematiche a mollo, quindi dalle 3 e mezza alle 7, assieme a due coraggiosi amici che mi hanno raggiunto in seguito, siamo stati gli unici a stendere degli asciugamano per sdraiarci tra un bagno e l’altro. Il resto dei bagnanti è stato rigorosamente in acqua – ancora traslucida seppur a temperatura ambiente – o al massimo a distanza di un metro dal bordo, alternando schiamazzi, tuffi, corse a bordovasca, partite a carte tra sfidante sulla terraferma e sfidante a bagno, esercizi di galleggiamento con sigaretta, partite di basket acquatico (sic.), sistemazione costumini a gonnellina dopo tuffo, risate, passeggiate di bulli di periferia attorno al perimetro della vasca a sondare le sexy coetanee costrette felicemente in costumi integrali con fiorellini e piastrine…

Solo le vecchie, che mi piace pensare siano tutte delle rocciose sopravvissute ai ruggenti anni Sessanta, schiacciate negli unici sedili di plastica posizionati all’ombra, supervisionano la gioventù affidatagli fumando come ciminiere, mentre scaglionati di mezz’ora in mezz’ora, gruppi di bambini della scuola nuoto marzialmente eseguono in fila esercizi di riscaldamento e stratching evidentemente imparentati col Tai Qi.

Matteo Biavaldi

 

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