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La responsabilità dell'istruttore e dell'allenatore sportivo

Questo testo, a cura dell'Avvocato Barbara Agostinis, affronta l'importante tema della responsabilità di istruttori ed allenatori in merito a danni provocati a terzi da parte dei propri corsisti/atleti. Viene delineato un percorso che a partire dall'inquadramento delle responsabilità giunge all'importanza dell'obbligatorietà dell'assicurazione in capo allo sportivo dilettante, passando per il profilo di responsabilità delle società sportive per gli illeciti compiuti dai propri dipendenti e dalla possibilità di quest'ultimi di potersi "scagionare" dimostrando l'impossibilità di impedire l'potetico incidente, magari dovuto a cause accidentali.

 

LA RESPONSABILITA’ DELL’ISTRUTTORE E DELL’ALLENATORE SPORTIVO.

Sommario: 1. I presupposti della responsabilità. 2. Il contenuto della prova liberatoria: l’impossibilità di impedire il fatto. 3. La responsabilità solidale della società per gli illeciti compiuti dai propri dipendenti. 4. L’assicurazione obbligatoria.

 

1). I PRESUPPOSTI DELLA RESPONSABILITA’. 

Durante lo svolgimento di attività motoria e sportiva gli atleti possano causare danni a sé e/o a terzi (compagni o spettatori) con conseguente responsabilità degli allenatori o degli istruttori[1] tenuti alla loro sorveglianza. A tal proposito, è opportuno distinguere la responsabilità “cd. esterna”, per gli eventi lesivi che il soggetto sottoposto alla vigilanza cagiona a terzi, da quella “cd. interna”, per i danni che procura a se stesso.

Se è pacifica la riconducibilità della prima fattispecie all’art. 2048 c.c. (o all’art. 2047 c.c. qualora si tratti di persona incapace), non può dirsi altrettanto in merito alla seconda figura. A fronte di chi la ammette[2] - sul presupposto che il dovere di vigilanza dell’allenatore sia finalizzato a garantire l’incolumità degli allievi -, vi è chi si esprime in senso contrario, ritenendo che la responsabilità “cd. interna” abbia natura contrattuale[3] e trovi la propria fonte nel contatto sociale instauratosi fra l’allievo e il precettore. L’idea che l’art. 2048 c.c. sia applicabile solo in presenza di un fatto illecito impedisce, secondo i sostenitori di questa tesi, il richiamo ad una simile prescrizione. Difficilmente, infatti, i danni che l’allievo procura a se stesso durante la pratica sportiva sono la conseguenza di un illecito.

L’art. 2048 c.c., con formula antiquata ed analoga a quella contenuta nel codice civile abrogato, enuncia, tra l’altro[4], che: “I precettori e coloro che insegnano un mestiere o un’arte sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei loro allievi e apprendisti nel periodo in cui sono sotto la loro vigilanza” (comma 2). Tali soggetti possono “liberarsi dalla responsabilità soltanto se provano di non avere potuto impedire il fatto” (comma 3). Il contenuto della  disposizione è stato esteso dalla dottrina[5] e dalla giurisprudenza[6] a tutti coloro che per pubblico ufficio o per incarico privato impartiscono un insegnamento culturale, tecnico, sportivo[7], a tutti gli insegnanti[8], pubblici e privati[9], ai docenti di educazione fisica, agli allenatori e agli istruttori, anche di fitness[10].

 

2) IL CONTENUTO DELLA PROVA LIBERATORIA: L’IMPOSSIBILITA’ DI IMPEDIRE IL FATTO.

Il fondamento della responsabilità prevista da tale norma è costituito dalla cd. culpa in vigilando[11], presunta dal legislatore – con una presunzione iuris tantum[12] -, al fine di agevolare il danneggiato. Spetta, infatti, all’allenatore o istruttore (che voglia liberarsi da un addebito di responsabilità) fornire la prova contraria e dimostrare di non avere potuto evitare il fatto (nonostante un adeguato controllo degli allievi lui affidati), trattandosi di un evento imprevedibile, improvviso, o comunque tale da non potere essere impedito con la dovuta vigilanza[13].

La giurisprudenza esprime un atteggiamento rigoroso al riguardo, poiché considera raggiunta la prova liberatoria solo ove emerga la predisposizione (da parte dell’allenatore) delle misure organizzative o disciplinari idonee a prevenire la situazione di pericolo favorevole all’insorgere della serie causale sfociata nella produzione del danno[14]. Reputa, viceversa, insufficiente, a tal fine, la sola dimostrazione – da parte di costui - di non essere stato in grado di spiegare un intervento correttivo o repressivo successivamente al manifestarsi di detta serie causale anche nel caso di condotta imprudente dell’allievo[15].

La mancanza delle più elementari cautele – volte a mantenere la disciplina tra gli allievi – non consente di invocare “quella imprevedibilità del fatto che, invece, esonera da responsabilità nelle ipotesi in cui non sia possibile evitare l’evento nonostante l’adozione di un comportamento di vigilanza adeguato alle circostanze”[16].

Presupposto necessario perché possa ipotizzarsi un addebito di responsabilità (a carico dell’istruttore) ai sensi dell’art. 2048 c.c. è la prevedibilità della situazione, in quanto ciò che è imprevedibile è anche per definizione non prevenibile. Per accertare l’esistenza di un simile requisito, le Corti fanno riferimento alla ripetitività o ricorrenza statistica di un determinato accadimento, non astrattamente intesa, ma correlata al particolare ambiente di cui si tratta, sul presupposto della “ragionevole prospettazione secondo cui certi eventi, già verificatisi in date condizioni, possono, al riprodursi di queste, ripetersi”[17].

La giurisprudenza si presenta invero divisa sulla efficacia liberatoria del gesto improvviso e repentino. Alcune decisioni[18] si esprimono in senso affermativo, purchè siano state approntate tutte le misure necessarie (in rapporto alla situazione concreta) a prevenire il verificarsi dell’illecito. Altre[19], espressione di un atteggiamento più rigoroso, ritengono che anche il fatto repentino sia prevedibile e quindi prevenibile da parte del soggetto preposto alla sorveglianza. I sostenitori di questa tesi concordano, infatti, nel ritenere che: “un gesto, solo perché repentino e improvviso non è anche imprevedibile perché l’esperienza quotidiana insegna che, in genere, nella condotta dei ragazzi sono sempre prevedibili gesti inconsulti e pericolosi anche se improvvisi”[20].

È evidente che il dovere di vigilanza, in quanto funzionale ad evitare il verificarsi di eventi lesivi a danno degli atleti, non possa essere determinato in astratto e con riferimento ad un modello generale, dovendo piuttosto essere definito in base alle caratteristiche di ciascuna situazione e ad altri parametri, quali: la pericolosità intrinseca dell’attività sportiva[21], il grado di apprendimento, l’età, la formazione, la maturità e la capacità tecnica dell’allievo[22]. La circostanza secondo cui il potere di controllo dell’istruttore debba essere adeguato alle esigenze del caso concreto comporta che anche l’oggetto della prova liberatoria assuma un contenuto diverso, rapportato alle modalità di svolgimento del fatto storico.

Dall’esame delle decisioni dei casi pratici emerge la particolare importanza attribuita all’età degli allievi[23]. Secondo le Corti, infatti, l’obbligo di sorveglianza non ha carattere assoluto, bensì relativo, dovendo essere esercitato in misura proporzionale all’età e perciò al grado di maturazione degli alunni, con la conseguenza che “tale termine di raffronto determinativo del contenuto del dovere, rende necessaria una vigilanza tanto più continua ed attenta, quanto minore è l’età degli alunni”[24]. Viceversa, con l’avvicinamento di costoro all’età del pieno discernimento, l’espletamento di un simile compito non richiede la continua presenza degli insegnanti, purchè non manchino le più elementari misure organizzative dirette a mantenere la disciplina tra gli allievi[25].  

 

L’art. 2048 c.c. si riferisce (diversamente dalla norma precedente) alla sorveglianza, che deve essere esercitata nei confronti dei soggetti capaci di intendere e di volere, i quali possono, pertanto, essere considerati responsabili (ai sensi dell’art. 2043 c.c.) per avere commesso materialmente il fatto, unitamente all’istruttore (ex art. 2048 c.c.) che non l’ha impedito. L’addebito di responsabilità a carico di entrambi costituisce il presupposto per una pronuncia di condanna al risarcimento del danno in solido (in base all’art. 2055 c.c.)[26].

Il fatto che il legislatore abbia disciplinato le conseguenze della violazione dell’obbligo di vigilanza imposto all’allenatore con esclusivo riguardo alla capacità di intendere e di volere degli allievi, ha portato gli interpreti ad interrogarsi in merito al permanere (o meno) di tale obbligo in seguito al compimento della loro maggior età.

Parte della dottrina[27] e della giurisprudenza[28] si è espressa in senso contrario, considerato il riferimento contenuto nel primo comma. Di diverso avviso sono altri autori[29] che ritengono applicabile l’art. 2048 c.c. anche nei confronti di soggetti maggiorenni (soprattutto se principianti), purchè si tratti di illeciti collegati all’attività di insegnamento e non in rapporto di mera occasionalità con questa.

Una simile impostazione è stata accolta anche dalla giurisprudenza di merito[30], la quale ha escluso la responsabilità dell’istruttore per le lesioni che un atleta, cadendo dalle gradinate della piscina ove si era recato durante la pausa degli allenamenti, aveva procurato ad una spettatrice. Secondo il giudice, infatti: “l’evento dannoso, scaturito dalla perdita di equilibrio o scivolamento del ragazzo, si era verificato per cause che non comportavano una particolare vigilanza, non rientrando tra le incombenze del personale della società quelle di seguire le modalità con le quali i ragazzi scendevano i gradini”[31].

Nello stabilire se la vigilanza prestata dall’allenatore sia o meno adeguata al caso concreto, è necessario considerare, come detto, una pluralità di elementi oltre all’età dell’atleta. Diverso è il livello di sorveglianza esigibile, ad esempio, nel caso in cui la lezione sia individuale o collettiva, sia seguita da atleti principianti o da esperti dello sport praticato.

Numerose indicazioni utili possono essere colte dall’analisi della casistica in materia di responsabilità del maestro di sci, nell’ambito della quale emergono suggerimenti validi anche per altre discipline.

A tal proposito, si presenta interessante l’esame di una sentenza resa da un giudice di merito[32], chiamato a pronunciarsi sul seguente fatto. Durante una lezione collettiva ad un gruppo di sciatori principianti, il maestro, salito sulla sommità della pista, era disceso facendo vedere agli allievi i movimenti che avrebbero dovuto fare e si era fermato ad attenderli alcuni metri più avanti. Uno di loro, nel cercare di ripetere quanto gli era stato appena illustrato, sbagliava la traiettoria ed investiva un’altra componente del gruppo, cagionandole gravi danni.

La Corte ha riconosciuto la responsabilità del maestro, ritenendo “innegabile che il fare partire degli allievi, sicuramente principianti…con quelle modalità…integri un comportamento imprudente, dal momento che notoriamente, all’inizio della pratica dello sci, è assai facile perdere l’equilibrio e comunque non è sempre facile riuscire ad indirizzarsi nella direzione voluta: per cui non è affatto imprevedibile che un allievo, nell’attuare la discesa possa andare dritto anziché procedere come richiestogli, facendo delle ‘piccole curve’, venendo così ad investire quelli partiti prima di lui…il maestro avrebbe dovuto, almeno fino quando non si fosse reso conto che tutti avevano una sufficiente padronanza dei fondamentali più elementari e seguivano disciplinatamente le istruzioni, disporre che gli allievi effettuassero la discesa uno alla volta o comunque ad una tale distanza l’uno dall’altro da evitare incidenti come quelli verificatosi. Ed appunto nel non avere organizzato la lezione con tali modalità deve essere ravvisata la sua responsabilità”.

Diverso è anche il controllo richiesto qualora la lezione si svolga “su pista” rispetto quello esigibile nel cd. “fuori pista”, soprattutto ove lontano dagli impianti. Se quest’ultima ipotesi pretende una condotta particolarmente vigile ed attenta, considerato l’elevato rischio di valanghe che caratterizza la zona[33], anche l’altra situazione impone di adottare le cautele necessarie ad evitare il verificarsi di eventi lesivi, si pensi alla segnalazione di eventuali insidie presenti sulla pista: possibili tratti ghiacciati, dossi improvvisi o zone scarsamente innevate[34] .

 

3) LA RESPONSABILITA’ SOLIDALE DELLA SOCIETA’ PER GLI ILLECITI COMPIUTI DAI PROPRI DIPENDENTI.

Alla responsabilità dell’istruttore/allenatore si affianca quella della società o associazione dalla quale egli dipende, ai sensi dell’art. 2049 c. c.. Tale norma, disponendo che “i padroni e i committenti sono responsabili per i danni arrecati dal fatto illecito dei loro domestici e commessi nell’esercizio delle incombenze a cui sono adibiti”, prevede una responsabilità oggettiva per fatto altrui[35].

La ratio della regola – riassunta nel brocardo latino cuius commoda eius et incommoda - si ravvisa nel cd. rischio di impresa, ovvero nel dovere imposto all’imprenditore di appropriarsi non solo dei vantaggi, bensì anche delle conseguenze negative derivanti dallo svolgimento della propria attività.

Con particolare riguardo agli impianti sportivi, il titolare, responsabile della sicurezza e del benessere degli utenti, ha un preciso dovere di vigilanza e di controllo sulle attività esercitate all’interno della struttura e sull’operato di tutto il personale: collaboratori, direttore tecnico, responsabile sanitario ed istruttori, con conseguente responsabilità ai sensi dell’art. 2049 c.c. per i fatti illeciti eventualmente commessi da costoro.

A tal proposito, è interessante notare che una società (professionistica) è stata considerata responsabile[36], unitamente allo staff e all’allenatore, per i danni procurati all’atleta da una ripresa troppo affrettata dell’attività sportiva, in seguito ad un precedente infortunio (oltre che per quelli determinati dalla mancata sorveglianza), sul presupposto che la società debba garantire la massima tutela dell’integrità fisica degli atleti sia attraverso un’intensa attività di prevenzione sia mediante una cura adeguata degli incidenti verificatisi durante la pratica sportiva.

Per lungo tempo si è ritenuto che la responsabilità del sodalizio sportivo potesse sorgere solo in presenza di un rapporto di dipendenza o di subordinazione anche temporaneo tra l’associazione e il preposto autore della condotta lesiva.

Nonostante l’ipotesi tipica sia costituita dal lavoro subordinato, la giurisprudenza, che individua il fondamento della norma “nell’appropriazione del lavoro altrui”, ha esteso questa forma di responsabilità a tutti i rapporti in cui il preposto realizza un’opera o un servizio sotto il controllo o la sorveglianza di altri – anche a prescindere dall’esistenza di un contratto -.

Secondo una decisione pronunciata alcuni anni fa[37], ma tuttora attuale: “L'art. 2049 c.c. [...] prescinde dalla continuità dell'incarico nonché dal formalizzarsi di esso in contratti di lavoro, di collaborazione, o simili, mentre considera sufficiente che il contegno integrante l’illecito sia stato reso possibile o comunque agevolato dalla attività o anche dal solo atto demandato e poi compiuto sotto il potere di controllo del delegante”.

La tendenza, manifestata nel diritto applicato, ad ampliare l’ambito di operatività dell’art. 2049 c.c. (rispetto al significato accolto nel 1942) fino a comprendere i rapporti di “mera collaborazione o ausiliarietà”[38], nonché quelli occasionali[39], purchè non caratterizzati da una completa autonomia decisionale ed organizzativa, sembra fare ipotizzare la possibilità di addebitare alla società la responsabilità per gli illeciti compiuti dai soggetti che operano nell’ambito della struttura sportiva con forme di collaborazioni meno “tradizionali” (si pensi ai co. co. co. amministrativo gestionali o agli “sportivi puri”), seppure non vi siano decisioni al riguardo[40].

In tali casi sembra, infatti, mancare quella piena autonomia decisionale ed organizzativa (di mezzi e persone), che porta la giurisprudenza ad escludere la responsabilità vicaria.

 

4) L’ASSICURAZIONE OBBLIGATORIA.

Se la responsabilità solidale della società di appartenenza dell’allenatore costituisce una garanzia di ristoro del pregiudizio della salute dell’atleta, la protezione di tale situazione giuridica sembrava essere ulteriormente rafforzata dal ripristino dell’assicurazione obbligatoria a favore, tra l’altro, dell’atleta praticante attività sportiva sotto l’egida del CONI[41].

In seguito alla soppressione della Sportass[42] non è, infatti, venuto meno l’obbligo per gli sportivi dilettanti di avere una polizza assicurativa.

Le Federazioni sportive nazionali, le discipline sportive associate e gli enti di promozione sportiva, riconosciuti dal CONI, sono tenuti a stipulare un’assicurazione nell’interesse dei  propri tesserati con la qualifica di tecnico, dirigente e atleta[43] per gli infortuni (limitatamente agli eventi improvvisi) che si verificano “durante e a causa dello svolgimento di attività sportiva, degli allenamenti e durante le azioni preliminari e finali di ogni gara od allenamento ufficiale, ad eccezione di quelli derivanti dal comportamento doloso del soggetto tesserato, o da abuso di alcolici e psicofarmaci, da uso non terapeutico di sostanze stupefacenti o psicotrope”. Il mancato pagamento del premio impedisce il perfezionamento della procedura di tesseramento e  costituisce il presupposto per l’applicazione di sanzioni previste dall’ordinamento sportivo.

Il decreto in materia di assicurazione obbligatoria degli sportivi dilettanti non ha, però, ancora trovato applicazione, essendo stato annullato con la sentenza del 25 marzo 2009 del TAR Lazio[44]. L’esclusione delle Federazioni sportive nazionali dal procedimento preordinato all’emanazione del provvedimento costituirebbe, secondo il Giudice amministrativo, una violazione dell’art. 7 della legge 241/90, considerata la soggettività autonoma di tali enti, distinta da quella del CONI[45].

Avv. Barbara Agostinis 

Docente di diritto dello sport e di

La regolamentazione giuridica dell’evento sportivo Facoltà di Scienze Motorie Università di Urbino “Carlo Bo”

Consulente Comitato Provinciale CONI di PU

Responsabile Area giuridica Scuola regionale dello Sport Coni Marche                                                          

 


[1] Amplius, sulla responsabilità dell’istruttore si veda, A. Lepore, La responsabilità nell’esercizio e nell’organizzazione delle attività sportive, in L. Di Nella (a cura di), Manuale di diritto dello sport, Napoli, 2010, p. 255 ss., in particolare p. 289; F. Moncalvo, Sulla responsabilità civile degli insegnanti di educazione fisica e degli istruttori sportivi, in Responsabilità civile e previdenza, 2006, p. 1839; B. Bertini, La responsabilità sportiva, Milano, 2002, p. 187 ss.; M. Bona, A. Castelnuovo, P.G. Monateri, La responsabilità civile nello sport, Milano, 2002, p. 85 ss.; R. Beghini, L’illecito civile e penale sportivo, Padova, 1999, p. 159 ss.; V. Frattarolo, La responsabilità civile per le attività sportive, Milano, 1984, p. 96 ss. 

[2] C. M. Bianca, Diritto civile V. La responsabilità, Milano, 1995, p. 701. In giurisprudenza, la tesi è condivisa da Trib. Roma 24 marzo 2000, in www.dejure.giuffré.it; Cass., 26 giugno 1998 n. 6331, in Il foro italiano, 1999, I, 1574; Cass., 1° agosto 1995 n. 8390, in Repertorio del Foro italiano 1995, voce “Responsabilità civile” n. 110; Trib. Napoli 5 dicembre 1989, in Archivio civile, 1990, p. 393.

[3] Così, Cass., 29 aprile 2006 n. 10030, in Repertorio del Foro italiano, voce Responsabilità civile n. 303; Cass., SS. UU., 27 giugno 2002 n. 9346, in Responsabilità civile e previdenza, 2002, p. 1012. Secondo il giudice di legittimità: “la presunzione di responsabilità dei precettori ex art. 2048, 2° comma, c.c. opera solo in caso di danno cagionato a terzi dal fatto illecito del minore, non essendo al contrario invocabile al fine di ottenere il risarcimento del danno che l’allievo abbia, con la propria condotta, arrecato a se stesso. Tale pregiudizio, tuttavia, troverà ristoro ai sensi dell’art. 1218 c.c. qualora l’insegnante non abbia ottemperato ai propri obblighi professionali, incluso quello di vigilanza. In senso contrario all’applicazione dell’art. 2048 c.c. si sono espressi anche Trib. Milano, 11 marzo 2003, www.jurisdata.it; Trib. Roma, 2 ottobre 1997, in Danno e responsabilità, 1998, p. 182; Cass., 13 settembre 1996 n. 8263; Cass., 13 maggio 1995 n. 5268, in Nuova giurisprudenza civile commentata, 1996, I, p. 239; Cass., 12 luglio 1974 n. 2110, in Giurisprudenza italiana, 1975, I, 1, p. 70. In dottrina, S. Patti,  Insegnamento dello sport e responsabilità civile, in Responsabilità civile e previdenza, 1992, p. 514.

[4] L’art. 2048 c.c., al primo comma, dispone che “il padre, la madre, o il tutore sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati o delle persone soggette alla tutela, che abitano con essi. La stessa disposizione si applica all’affiliante”.

[5] S. Patti, op. cit., p. 509 ss.;  C. M. Bianca, op. cit., p. 700.

[6] In tal senso, vedi, Cass. 6 marzo 1998 n. 2486, in Responsabilità civile e previdenza, 1998, p. 1099, con nota di R. Frau, Il valore delle regole federali sportive nel giudizio di responsabilità civile.

[7] App. Firenze, 29 ottobre 1996 in materia di responsabilità sciistica; Trib. Monza, 13 settembre 1988, in Responsabilità civile e previdenza, 1989, p. 1200 con nota di A. Dassi, Rischio sportivo e responsabilità dell’istruttore e del circolo sportivo per il fatto del minore, con riferimento agli istruttori di tennis; Cass., 27 marzo 1984 n. 2027, riguardo agli istruttori di nuoto.

[8] Cass., 10 febbraio 1981 n. 826; Cass., 15 gennaio 1980 n. 369, in Il foro padano, 1981, I, 329, con nota di M. Bessone, La ratio legis dell'art. 2048 cod. civ. e la responsabilità civile degli insegnanti per il fatto illecito dei minori .

[9] Cass., 20 settembre 1979 n. 4835; Cass., 4 marzo 1977 n. 894; Cass., 22 ottobre 1965 n. 2022. 

[10] Trib. Roma, 3 ottobre 2008 n. 19319, in www.dejure.giuffré.it.

[11] In giurisprudenza, Cass., 1° agosto 1995 n. 8390, cit.; Cass., 22 gennaio 1990 n. 318, in Archivio e responsabilità civile 1990, p. 365. In dottrina, C. M. Bianca, op. cit., p. 700; E. Bonvicini, La responsabilità civile, Milano, 1971, p. 473; A. De Cupis, Dei fatti illeciti, art. 2043-2059, in commentario Scialoja- Branca, Bologna e Roma, 1971, p. 322.

[12] La presunzione iuris tantum o relativa ammette la prova contraria diversamente dalla presunzione iuris et de iure o assoluta che non l’ammette.

[13] Due sono, pertanto gli elementi su cui si fonda la prova liberatoria: la dimostrazione di avere esercitato la dovuta vigilanza e l’impossibilità di impedire l’evento lesivo, nonostante un simile comportamento. Così, ex plurimis, Cass., 16 giugno 2005 n. 12966; Cass., 20 agosto 2003, n. 12213; Cass., 24 febbraio 1997 n. 1683; Cass., 4 marzo 1977 n. 894.

[14] Cass., 21 febbraio 2003, n. 2657 p. 1368; Cass. 27 marzo 1984 n. 2027.

[15] Trib. Roma, 2 ottobre 1997, cit.

[16] Cass., 22 gennaio 1990 n. 318, cit.

[17] Cass., 2 dicembre 1996 n. 10723, in Archivio civile, 1997, p. 1040. Nella specie, il Ministero della Pubblica Istruzione veniva condannato a risarcire le lesioni subite dall’allievo di una scuola in conseguenza del lancio, da parte di un suo compagno, di una pallina di carta che l’aveva colpito all’occhio. La Suprema Corte, in applicazione dell’enunciato principio, ha confermato la sentenza del merito che, nell’affermare la prevedibilità del fatto, aveva tenuto conto del già avvenuto lancio di palline di carta in quella scuola e durante certe ore di insegnamento, nonché della situazione di indisciplina della classe.

[18] Ritengono che l’evento imprevedibile escluda un intervento tempestivo dell’istruttore, Trib. Roma, 24 marzo 2000, cit.; Cass., 25 marzo 1997 n. 2606, in Archivio civile, 1998, p. 122; Trib. Genova, 13 gennaio 1995 n. 199, in Giurisprudenza italiana, 1995, I, 2, p. 554; Cass., 27 marzo 1984 n. 2027.

[19] App. Lecce, 22 dicembre 1969.

[20] Cass., 4 marzo 1977 n. 894.

[21] G. Vidiri, La responsabilità civile nell’esercizio dell’attività sportiva, in Giustizia civile, 1994, II, p. 199.

[22] Cass., 23 giugno 1993 n. 6937, in Vita notarile, 1994, I, p. 227 ha escluso la responsabilità dei sorveglianti perché l’età degli allievi era tale da non richiedere una sorveglianza continua.

[23] Cfr. Cass., 23 luglio 2003 n. 11453, in Archivio civile, 2004, p. 683; Cass., 23 giugno 1993 n. 6937, cit.; Cass., 15 gennaio 1980 n. 369, cit.

[24] Cass., 15 gennaio 1980, n. 369, cit.; Cass., 4 marzo 1977 n. 894.

[25] Cass., 23 giugno 1993 n. 6937, cit., p. 227.

[26] L’art. 2055 c.c. dispone che “se il fatto dannoso è imputabile a più persone, tutte sono obbligate in solido al risarcimento del danno. Colui che ha risarcito il danno ha regresso contro ciascuno degli altri, nella misura determinata dalla gravità della colpa e della entità della conseguenze che ne sono derivate. Nel dubbio le singole colpe si presumono uguali”.

[27] F. Rovelli, Responsabilità civile da fatto illecito, Torino, 1964, p. 273; C. M. Bianca, op. cit., p. 700 nota 44; P. G. Monateri, Illecito e responsabilità civile, in Trattato di diritto privato, diretto da M. Bessone, Vol. X, t. II, Torino, 2002, p. 31. Una simile interpretazione è criticata da F. Moncalvo, op. cit., p. 1840, in assenza di un’espressa previsione normativa in tal senso (diversamente dal primo comma). L’autore è inoltre convinto che la peculiare attività oggetto d'insegnamento (disciplina sportiva) imponga una sorveglianza adeguata, da parte dell'istruttore, anche nei confronti degli allievi adulti, soprattutto se principianti. Egli constata, infatti, che: “nel caso dell'insegnamento di una disciplina sportiva, il grado di esperienza e preparazione degli allievi (a prescindere dall'età degli stessi) assume una rilevanza del tutto assorbente in relazione all’intensità del compito di vigilanza imposto agli istruttori”.

[28] Secondo la Suprema Corte (Cass., 30 maggio 2001 n. 7387, in Studium iuris, 2001, p. 1377), chiamata ad affrontare la questione come obiter dictum, l’accoglimento della tesi contraria determinerebbe una disparità di trattamento in danno degli insegnanti, rispetto all’analoga disciplina prevista (dal primo comma della medesima disposizione) per i genitori. Così, anche una risalente sentenza di merito, App. Torino, 8 giugno 1968, in Giurisprudenza italiana, 1969, I, 2, p. 492.

[29] Vedi S. Patti, op. cit., p. 513 ss.; L. Corsaro, Sulla natura  giuridica della responsabilità del precettore, in Rivista di diritto commerciale, 1967, I, p. 51.

[30] Nel diritto applicato una simile posizione è stata accolta da Pret. Belluno, 3 novembre 1993, in Il foro italiano, 1994, II, 468.

[31] App. Genova 6 ottobre 1981.

[32] App. Firenze, 29 ottobre 1996.

[33] Sul punto, si veda, ad esempio, la sentenza del Trib. Torino, 28 maggio 1994 n. 3824. La decisione, confermata dalla Cass., 5 marzo 1999 n. 1879, ha considerato imprudente il comportamento del maestro di sci che aveva condotto gli allievi “su pendii fuori pista in presenza di elevato pericolo di caduta valanghe da cui era derivata la morte di un partecipante alla lezione proprio a causa di una valanga”. Così, anche Cass., 18 settembre 1991 n. 9665, che ha emesso una condanna per omicidio colposo nei confronti di un maestro, il quale, durante lo svolgimento di un corso di sci fuori pista, aveva accompagnato gli allievi in un luogo in cui vi era pericolo di valanghe, effettivamente verificatesi con conseguente morte di alcuni di loro.

[34] In tal senso, vedi M. Bona, A. Castelnuovo, P.G. Monateri, op. cit., p. 171.

[35] Cass., 7 gennaio 2002 n. 89. Secondo la Corte: “i datori di lavoro…rispondono dei danni arrecati dai loro dipendenti …a titolo di responsabilità per fatto altrui, connessa al rischio oggettivamente assunto con l’inserimento dei lavoratori nell’organizzazione, più o meno complessa, da essi creata per lo svolgimento di determinate attività di loro pertinenza…Conseguentemente non si tratta… di responsabilità derivante dal fatto proprio di non averli adeguatamente scelti o sorvegliati nei modi dovuti e ne discende che, affinché il fatto illecito del commesso o domestico risalga al committente o padrone, a titolo di responsabilità extracontrattuale ai sensi dell’art. 2049 c.c., è sufficiente il presupposto della sussistenza di un rapporto di subordinazione e la presenza di un collegamento dell’illecito stesso con le mansioni svolte dal dipendente, mentre si deve prescindere del tutto dai profili di una concreta culpa in eligendo o in vigilando del datore di lavoro”.

[36] Cass., 8 gennaio 2003 n. 85, in Danno e responsabilità, 2003, p. 781.

[37] Cass., 22 marzo 1994 n. 2734, ricordata da F. Farolfi, Nuove dimensioni della responsabilità vicaria, in Resp. civ. prev., 2010, p. 1081, nota a Cass. pen., 5 giugno 2009 n. 38154.

[38] Secondo una recente sentenza della Corte di Cassazione (Cass., 16 marzo 2010 n. 6325, in www.dejure.giuffré.it), il rapporto di preposizione, quale presupposto dell’art. 2049 c.c. “non richiede necessariamente un vincolo di dipendenza, ma è configurabile anche nel caso di mera collaborazione od ausiliarietà del preposto”.

[39] F. Farolfi, op. cit.

[40] A considerazioni simili sembra potersi pervenire nel caso in cui l’addebito di responsabilità sia formulato ai sensi dell’art. 1228 c.c., considerato l’atteggiamento rigoroso manifestato dal giudice di legittimità (in ambito diverso da quello sportivo). Egli (Cass. pen., 05 giugno 2009 n. 38154, cit.) ha affermato la responsabilità a carico del preponente per il solo fatto dell’inserimento del preposto nella struttura “senza che assumano rilievo né la continuità dell'incarico affidatogli, né l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato, essendo sufficiente che la condotta illecita del preposto sia stata agevolata o resa possibile dall'esercizio delle incombenze a lui demandate dalla struttura proponente e che il preposto abbia svolto la sua attività sotto il controllo della prima”.   

[41] Disposto con il decreto del Ministro per le politiche giovanili e le attività sportive del 16 aprile 2008.

[42] La Sportass è stata soppressa dal 3 ottobre 2007, data di entrata in vigore del decreto legge n. 159 del 2007, convertito nella legge 29 novembre 2007 n. 222.

[43] La figura dell’atleta è intesa in senso ampio, comprensiva di tutti coloro i quali “svolgono attività sportiva a titolo agonistico, non agonistico, amatoriale o ludico”. 

[44] La legge 289/2002 è, così, rimasta priva del regolamento attuativo. La disciplina attualmente in vigore (art. 51 legge 289/2002) in materia di assicurazione obbligatoria degli sportivi dilettanti si presenta incompleta poiché manca la previsione di un obbligo a carico delle Federazioni sportive nazionali, enti di promozione sportiva o discipline sportive associate (la cui violazione costituisce il presupposto per un addebito di responsabilità), nonché l’indicazione dei massimali minimi.

[45] S. Landini, L’assicurazione degli sportivi, in L. Di Nella (a cura di), op. cit., p. 303.

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